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La
diagnostica strumentale in flebologia
Giovanni Mosti, Vincenzo Mattaliano, Maria Letizia Iabichella, Pietro
Picerni
Unità Operative di Angiologia e Cardiologia; Clinica “M.D. Barbantini”
– Lucca
Centro Studi Città di Lucca
I
metodi diagnostici per lo studio del sistema venoso sono molteplici: la
volumetria del piede, la misurazione della pressione venosa al piede, le
tecniche pletismografiche (pletismografia a luce riflessa, pletismografia
ad aria, pletismografia strain gauge, pletismografia ad impedenza,
fleboreografia), le indagini ad ultrasuoni (esame doppler ad onda
continua, ecodoppler ed ecocolordoppler), le indagini radiologiche
rappresentate essenzialmente dalla flebografia (1,2).
Le
indagini ad ultrasuoni hanno avuto uno sviluppo spettacolare dagli anni
’70 ed attualmente, con l’accuratezza raggiunta dall’ecocolordoppler,
sono, senza dubbio, da considerarsi come lo standard di riferimento della
diagnostica flebologica.
Il
Doppler ad onda continua è in grado di rilevare il flusso venoso
basandosi sul principio che un’onda sonora riflessa da un oggetto in
movimento varia proporzionalmente alla velocità dell’oggetto stesso; un
oggetto che si allontana dalla sonda riflette un’onda a frequenza più
bassa; un oggetto che si avvicina alla sonda fa aumentare la frequenza; è
così possibile individuare il movimento e determinarne la velocità. Con
questa metodica è possibile rilevare il flusso venoso, gli eventuali
reflussi, l’assenza di flusso come si verifica in occasione di trombosi
venosa. L’esame si esegue con paziente supino ed in piedi per lo studio
del reflusso venoso; opportune manovre di compressione e decompressione
che aumentano la velocità del flusso sensibilizzano lo studio. Lo studio
venoso con tecnica ad onda continua mostra una scarsa accuratezza legata
soprattutto alla sua incapacità a definire il sito specifico
dell’indagine. In particolare, a livello delle regione inguinale
e poplitea, la contiguità del sistema venoso superficiale con quello
profondo rende impossibile discriminare la patologia di uno dei due
sistemi. Per questo lo studio con Doppler ad onda continua viene
completato con un apparato più complesso
Il
Duplex scanner in cui la sezione ecografica e quella doppler
coesistono; come a tutti noto le immagini in B-mode derivano
dall’ampiezza degli ultrasuoni riflessi e dal tempo impiegato
dall’impulso ultrasonico per percorrere la distanza tra cristallo
trasmettitore e cristallo ricevente; è così possibile la ricostruzione
dell’immagine del tessuto in scala di grigi e l’inserimento,
eventualmente, del volume campione doppler per lo studio del flusso.
L’esame viene condotto, di nuovo, con paziente in posizione supina con
busto rialzato per un miglior riempimento e distensione delle vene della
gamba; per una migliore valutazione del reflusso il paziente viene poi
studiato in posizione eretta, su piattaforma rialzata, con peso
sull’arto controlaterale a quello in esame. Un’ulteriore evoluzione
della tecnologia è rappresentata dall’inserimento della codifica a
colori del flusso.
L’ecocolordoppler
rende il flusso venoso immediatamente visibile attraverso sua
“colorazione” che è, per convenzione, rossa per il movimento in
avvicinamento alla sonda e blu per quello in allontanamento dalla sonda;
l’introduzione del colore non è indispensabile ai fini di un corretto
inquadramento diagnostico della patologia venosa ma ha reso estremamente
più rapido e semplice l’esame fornendo un’informazione immediata
sulla presenza di stop di flusso da trombosi venosa o reflussi da
insufficienza valvolare.
Ulteriori
informazioni possono derivare dalle manovre di compressione o
decompressione a monte e a valle del sito in esame: si osserva una
accelerazione del flusso con compressione a valle in caso di assenza di
ostacoli al deflusso venoso ed un arresto del flusso per compressione a
valle in caso di normale continenza valvolare; deviazioni da tale
fisiologico comportamento dovranno essere valutate accuratamente per il
reperimento di trombosi venosa (arresto del flusso per compressione a
monte) od incontinenza valvolare (reflusso per compressione a valle).
La
diagnosi di trombosi venosa è resa possibile a) dal reperimento di
materiale ecogeno all’interno del lume vasale con ecogenicità tanto più
bassa quanto più recente è la trombosi; b) dall’incompressibilità di
tutto il tratto trombizzato se si comprime il vaso stesso con la sonda; c)
dall’assenza di riempimento del lume da parte del colore. Allo stesso
modo la trombosi venosa può essere seguita nella sua evoluzione fino alla
ricanalizzazione che si manifesterà attraverso la ripresa del flusso:
ricomparsa del colore alle manovre di compressione a monte del punto in
esame (ripresa che potrà essere totale o parziale a seconda che la
ricanalizzazione sia completa o no); eventuale comparsa di colore anche
con la compressione a valle per distruzione e conseguente incontinenza
degli apparati valvolari coinvolti nel processo trombotico.
L’accuratezza diagnostica della tecnica duplex nella trombosi venosa
profonda è del 100% nella trombosi venosa prossimale e si mantiene
superiore al 90% nella trombosi venosa al di sotto del ginocchio (3-5).
Nella
patologia da reflusso del sistema venoso superficiale la tecnica
ecocolordoppler riveste un duplice ruolo: diagnostico e terapeutico. Essa
fornisce una grande quantità di informazioni: la presenza del reflusso,
il diametro del vaso, l’entità del reflusso, il grado di reflusso;
indicazioni terapeutiche diverse a seconda delle informazioni diagnostiche
sono state recentemente puntualizzate: la sclerosi venosa ecoguidata
(ruolo “terapeutico” del duplex scanner) nel caso di vene il cui
diametro non sia maggiore di 9 mm.; stripping safenico nel caso di vene più
grosse con cospicuo reflusso (6). L’ecocolordoppler si mostra
particolarmente efficace anche nella diagnostica del reflusso venoso dopo
trattamento permettendo di distinguere le vene refluenti in recidive vere,
varici residue, nuove varici (7).
Come
si evince da questo rapido e succinto excursus sulle enormi possibilità
diagnostiche delle tecniche ad ultrasuoni, le altre tecniche, che pur in
un passato più o meno recente hanno avuto un ruolo importante, sono oggi
ridimensionate e conservano un ruolo marginale nella diagnostica venosa.
Non
si può, tuttavia, non citare sia per il loro significato storico che per
la loro attualità due metodiche come la reografia a luce riflessa e la
pletismografia ad occlusione venosa.
La reografia a
luce riflessa
Si
basa sul principio che la riflessione della luce da parte della cute è
direttamente proporzionale al suo contenuto di sangue; lo studio viene
eseguito fissando la sonda (costituita da una fonte di luce infrarossa ed
un sistema di misura della luce riflessa) alla cute nella regione
sovramalleolare interna; il paziente viene poi invitato ad eseguire un
semplice esercizio (10 dorsiflessioni del piede) che in condizioni normali
determina uno svuotamento di sangue dai plessi cutanei; dal momento in cui
l’esercizio viene interrotto i plessi cutanei tornano a riempirsi solo
mediante l’afflusso arteriolo-capillare in situazione di normalità;
anche per reflusso venoso in caso di insufficienza venosa; ciò che viene
valutato è il tempo di riempimento (refilling time) che è normalmente
maggiore di 20”; tempi più brevi sono suggestivi di insufficienza
venosa con una correlazione inversa (tanto minore il tempo di riempimento
tanto maggiore l’insufficienza venosa).
Accuratezza:
il refilling time correla bene con il tempo di recupero della pressione al
piede.
Limiti
della metodica: essa è intrinsecamente imprecisa, la sua calibrazione
(indispensabile per avere dati quantitativi) è difficoltosa, correlare i
risultati con le diverse malattie venose può risultare problematico
(1,2).
La
pletismografia ad occlusione venosa
Si
basa sullo studio delle variazioni volumetriche della gamba in condizioni
di ostruzione venosa.
L’apparato
misuratore caratterizza il tipo di pletismografia: ad acqua, ad aria,
strain gauge.
La
metodologia è simile per tutti i tipi di pletismografia; il paziente
giace supino in posizione rilasciata con grande cuffia pneumatica attorno
alla coscia ed apparato rilevatore attorno al polpaccio.
La
cuffia pneumatica della coscia viene gonfiata a 50-60 mm. Hg sufficiente
ad arrestare il flusso venoso ma non quello arterioso; per effetto
dell’arresto del deflusso venoso il polpaccio aumenta di volume; una
volta ottenuta la stabilizzazione del volume la cuffia pneumatica viene
istantaneamente sgonfiata; il volume del polpaccio si ridurrà ad una
velocità che è proporzionale alla velocità di deflusso del sangue. In
condizioni normali lo svuotamento venoso sara maggiore del 70% dopo 1
secondo e maggiore dell’80% dopo 2 secondi.
La
metodica ha una indicazione nella diagnostica della trombosi venosa
profonda dove risulta sistematicamente patologica nella trombosi
prossimale (con accuratezza maggiore del 90%) mentre l’accuratezza
scende intorno al 50-60% nella trombosi del polpaccio; i falsi negativi
possono essere maggiori nel caso di trombosi non completamente occludente
(8,9).
BIBLIOGRAFIA
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